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[mò-bi-le]
“Che può essere mosso, spostato, trasportato da un luogo a un altro; non fisso. Che si muove, che è in movimento. Qualunque corpo che sia libero di muoversi o di essere mosso, che si muove senza sosta, fornendo indizio di prontezza, vivacità, versatilità: incostante, volubile, leggero”.

Mai prima, la semplice definizione tratta dal dizionario, del nome di un mio disco, era riuscita a indicare così bene l’essenza del disco stesso.
“MOBILE”  è Il disco che ho sempre sognato di fare, il disco che avrei voluto incidere quando avevo 18 anni. In certi periodi della storia accadono cose importanti, come il crollo del muro di Berlino, piuttosto che una scoperta scientifica significativa,  ma la fotografia che rimane stampata nelle nostre menti, molte volte, è  legata ad avvenimenti meno rilevanti, come, ad esempio, assistere in TV al  millesimo  gol di Pelé o alla prima di Star Wars al cinema.

Ecco, “Mobile” è una fotografia musicale di questo genere,  Pop e leggera, tra Canzonissima e Giorgio Moroder;  un disco pieno di ironia, ma sempre controbilanciato da una poesia inossidabile. Non esclude niente . Rifiuti musicali possono diventare gioielli d’arte moderna che cercano il  futuro nel passato e viceversa. Ciò che si percepisce in un museo non  è  lo stesso che si  percepisce in una bottega d’arte. Il  museo è composto da oggetti fermi, “immobili”; ciò che invece più mi anima è  il lavoro, la trasformazione.
“Mobile” non  è un´opera compiuta, ma è  inquietudine, gioia, allegria, è  la voglia di spostarsi.

In treno, macchina o aereo, non importa perché ogni cosa nel viaggio diventa  musica e poesia.  “MOBILE” non  è un’orecchino all’interno di una gioielleria, ma è l’oro sul fondo del fiume,  è  il polso del ragazzino che setaccia per trovarlo.  Al contrario dei  soliti “Mobile” (telefonini), le canzoni del mio “Mobile” non emanano messaggi, vogliono soltanto invitarti  a ballare e a sognare con “suonerie” divertenti che, come il sole,  sono piene di luce; magari non quel sole di agosto che è sempre  un po’ cafone.

Ma forse, a pensarci bene, è anche quel sole lì.